Philip Roth, Lamento di Portnoy

Uh, povero me! Poi dice che non ho rovelli, che non ho rimostranze da fare! Io covo, anzi do asilo a degli odi che non sapevo nemmeno che esistessero in me! È il processo stesso, Dottore, o si tratta invece di quel che si chiama “il materiale”? Non faccio altro che lamentarmi, la ripugnanza sembra senza fondo, e comincio a chiedermi se non bisognerebbe mettere la parola fine a tutto questo. Una bella pietra sopra; insomma quand’è abbastanza, è abbastanza. Mi ascolto indulgere in quella sorta di lagna ritualizzata che è proprio l’elemento che il pubblico in generale ritiene così spregevole nei pazienti psicoanalitici. Posso davvero aver detestato questa mia infanzia e provato allora tanto risentimento per questi poveri genitori quanto mi pare di sentirne adesso, girandomi indietro a guardare ciò che ero, dalla posizione di vantaggio di ciò che sono ora – e non sono? È la verità quella che sto dicendo, o non è altro che il solito kvetching ? O forse il kvetching, per la gente come me, è una forma di verità? A prescindere da tutto questo, la mia coscienza sente il desiderio di chiarire, prima di ricominciare di nuovo le contestazioni, che in quel momento la mia fanciullezza non era la cosa da cui adesso mi sento tanto estraniato e per cui provo tanto risentimento. Per quanto vasta fosse la mia confusione, per quanto profondo sembri essere stato, in retrospettiva, il mio tumulto interiore, non ricordo me stesso come uno di quei ragazzini che se ne andava in giro desiderando di vivere in un’altra casa, con altra gente, qualunque possano essere stati i miei desideri inconsci a questo riguardo. Dopo tutto, dove altro avrei potuto trovare un pubblico come quei due per le mie imitazioni? Mi ricordo che, a tavola, mangiando, li facevo sbudellare dalle risate – mia madre una volta si bagnò letteralmente le mutande, Dottore, e se ne dovette scappare via, al bagno, soffocata da risa isteriche, alla vista della mia “rappresentazione” di Mister Kitzel nel “The Jack Benny Show”.

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